NABA Painting and Visual Arts/What's going on?

Asja Lācis archives e Alberto Grifi | 10.06 – 19.09 | Documenta 14, Kassel

Posted in docenti, Events, Exhibition, Screening by NABA Painting and Visual Arts on 08/06/2017

 

 

 

Venerdì 10 giugno, dopo la tappa di Atene Learning from Athens, apre a Kassel, fino al 19 settembre, la 14 edizione di Documenta, una delle più prestigiose manifestazioni d’arte contemporanea al mondo. Il Direttore artistico Adam Szymczyk ha invitato Andris Brinkmanis, Course Leader del Triennio in Pittura e Arti Visive, e Marco Scotini, Direttore del Dipartimento di Arti Visive, a partecipare con un progetto di ricerca e uno screening program alle numerose attività che caratterizzeranno i 100 giorni di apertura della mostra.

 

Andris Brinkmanis, in collaborazione con Mara Kimele, Beata Paškevica e Hendrik Folkerts, inaugura, presso il museo Grimmwelt di Kassel, Signals from another world: Anna “Asja Lācis” archives. La mostra indaga, attraverso materiali inediti raccolti negli archivi di Riga, Berlino e Mosca, la vita e l’opera di Asja Lācis (1891-1979) e le sue connessioni con il “children’s theater” e con figure come Walter Benjamin e Bertolt Brecht.

 

 

Marco Scotini, all’interno di TV Politics, lo screening program, a cura di Hila Peleg, che rivista alcuni dei più importanti tentativi di approccio radicale alle politiche della televisione intraprese negli ultimi decenni, dedica due giornate al filmmaker italiano Alberto Grifi (1938-2007). Presso il cinema BALi-Kinos di Kassel (che ospiterà fra gli altri i film di Jonas Mekas, Mathia Diawara, David Perlov, Mohamed Soueid, Sarah Maldoror e Nagisa Oshima), il 24 e il 25 agosto saranno presentati Verifica IncertaFestival del Proletariato giovanile al Parco Lambro, Dinni e la Normalina, Michele alla ricerca della felicitàArgonauti, Lia, Anna, ed Evviva!, alcuni tra i film che hanno reso Grifi un autore riconosciuto internazionalmente.

 

http://www.documenta14.de/en/

 

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Il cacciatore bianco / The White Hunter | A cura di Marco Scotini | 30 marzo 2017, ore 20| FM Centro per l’Arte Contemporanea, Milano

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 30/03/2017

Il cacciatore bianco / The White Hunter

Memorie e rappresentazioni africane / African memories and representations

A cura di Marco Scotini

31 marzo – 3 giugno 2017

Opening: 30 marzo 2017, ore 20

 

FM Centro per l’Arte Contemporanea, via Piranesi 10, Milano

 

Milano, marzo 2017 – FM Centro per l’Arte Contemporanea è lieto di presentare il terzo appuntamento del suo programma espositivo in occasione della prossima edizione di miart durante la Milano Art Week: Il Cacciatore Bianco/The White Hunter. Memorie e rappresentazioni africane. La nuova e ampia rassegna curata da Marco Scotini prosegue – dopo il successo delle precedenti L’Inarchiviabile, dedicata agli anni Settanta in Italia e Modernità non allineata, sullo spazio culturale jugoslavo durante la guerra fredda – un’indagine sulla decentralizzazione del modello egemonico e indiscusso della modernità artistica occidentale nell’attuale prospettiva geopolitica.

Il Cacciatore Bianco/The White Hunter non è tanto una mostra sull’arte africana quanto sulla costruzione che l’Occidente ne ha fatto. Come scrive Marco Scotini, curatore della mostra e direttore artistico di FM Centro per l’Arte Contemporanea: “La ricognizione parte da una critica radicale del nostro sguardo sull’Africa. Siamo sicuri che quello che ha visto il cacciatore bianco, all’inizio del secolo scorso, non continui ad essere ancora l’oggetto dal nostro sguardo? Ciò che dovrebbe risuonare per tutta la mostra è come lo sguardo (quello del cacciatore) sia risultato un fattore fondamentale nella costruzione di un’Alterità sottomessa. Si tratta di indagare allo stesso tempo le possibilità inassimilabili rimaste fuori”.

LA MOSTRA

Con oltre 30 artisti contemporanei e altrettanti anonimi artisti tradizionali per più di 150 opere, Il Cacciatore Bianco/The White Hunter presenta un percorso articolato sulle forme di rappresentazione e di ricostruzione della memoria e della contemporaneità africane, attraverso lavori provenienti – oltre che dalla Fondation Cartier pour l’art contemporain di Parigi – dalle maggiori collezioni private italiane e da raccolte archivistiche sulla storia coloniale italiana. Gli artisti si posizionano in una cartografia quasi completa del continente africano, attraverso 15 nazioni diverse: Tunisia, Algeria, Mali, Senegal, Sierra Leone, Costa D’Avorio, Ghana, Benin, Nigeria, Camerun, Congo, Kenya, Mozambico, Madagascar, Sudafrica.

L’introduzione alla mostra è affidata interamente a Pascale Marthine Tayou, che trasformerà l’ingresso allo spazio espositivo in una sorta di capanna stipata di cianfrusaglie, che vuole suggerire lo stereotipo dell’Africa nell’immaginario turistico.

La prima sezione è un flashback nell’Italia coloniale degli anni ’20 e ’30, riproposta attraverso il film Pays Barbare (2013) degli artisti Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, pionieri nella ricostruzione archeologica per immagini dell’imperialismo e dell’ideologia della razza, che iniziano quest’opera con la citazione “Ethiopie, pour ce pays primitif et barbare, l’heure de la civilisation a désormais sonné.” Allo stesso modo Peter Friedl ripropone il modello di Carlo Enrico Rava per la fabbrica FIAT a Tripoli. Saranno presentate inoltre alcune rarità bibliofile e documenti: i libri di Francesco Tedesco Zammarano e di Carlo Piaggia, agli album fotografici sulla Libia e del Capitano Roberto di San Marzano. Oltre a Sammi Baloji, anche Kader Attia indaga sul passato coloniale in un’ottica di riappropriazione culturale, introducendo i feticci, le maschere, le tradizioni africane in continuo incontro-scontro con i volti deturpati dei reduci della Guerra Mondiale.

La seconda sezione è dedicate alle opere di arte antica tradizionale con la ricostruzione della sala dedicate all’Arte Negra della Biennale di Venezia del 1922, agli albori del fascismo. Proponendo un nucleo di statue e maschere, provenienti dal Mali, dalla Costa d’Avorio, dal Camerun, dal Gabon e dal Congo, volto ad “evocare” quel momento storico e anche quella sensibilità estetica, a cui seguì una esclusione dell’arte africana dalle manifestazioni ufficiali fino a tempi recenti.

La terza sezione intende essere un riferimento diretto alla mostra Magiciens de la terre del 1989, una serie di campioni di quell’arte che veniva presentata ancora una volta come incontaminata, primitiva, originaria. Gli esempi vanno dalle bellissime terrecotte di Seni Awa Camara ai feticci di legno e aghi d’istrice di John Goba, dalle divinità Vodun di Cyprien Tokoudagba alle architetture immaginifiche di Bodys Isek Kingelez e alle pitture popolari del congolese Chéri Samba.

Nella quarta sezione vengono messe in campo le risposte alla questione sudafricana di artisti come William Kentridge – con una pluralità di linguaggi tra cui l’installazione video History of the Main Complaint (1996) o la rielaborazione del tema del feticcio tradizionale in Twilight of the Idols di Kendell Geers o le cartografie di Moshekwa Langa. La quarta sezione continua con diverse pratiche di riappropriazione e di resistenza a forme di esclusione, egemonia e omologazione, con opere di Yinka Shonibare, Rashid Johnson, Ouattara Watts, Cameron Platter, gli arazzi di El Anatsui e Abdoulaye Konaté.

La quinta sezione è dedicata alle morfologie della differenza, in cui troviamo figure ibridate e che si riconoscono nella condizione di migrante, dalla figura femminile frammentata di Wangechi Mutu, al cinema antimitologico e della memoria di John Akomfrah, ai musei itineranti di Meshac Gaba e gli archivi casuali e improvvisati di Georges Adéagbo. Una sezione dedicata alla fotografia storica con i ritratti di Seydou Keïta, le fotografie vintage di Malick Sidibé e gli autoritratti di Samuel Fosso.

Chiuderanno la mostra una serie di altre sezioni che toccheranno i temi dell’identità, della diaspora, della guerra con opere di Guy Tillim, Gonçalo Mabunda, Nidhal Chamekh, Nicholas Hlobo, Joël Andrianomearisoa. Alla fine, un enorme drappeggio del giovane artista ghanese Ibrahim Mahama lascerà lo spettatore con un accumulo di narrazioni collettive depositate sui sacchi di juta come tracce simboliche dello scambio aperto tra l’Africa e il mondo.

Il progetto, curato da Marco Scotini, si avvale di un comitato di advisor pluridisciplinare che comprende: Simon Njami, direttore artistico della Biennale di Dakar, Gigi Pezzoli, africanista, Grazia Quaroni, senior curator, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Adama Sanneh, direttore dei programmi, Fondazione lettera27.

La mostra è accompagnata da una programmazione di seminari, conferenze e screening realizzate in collaborazione con Fondazione lettera27, Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, Biennale di Lubumbashi, Centro Studi Archeologia Africana e altri enti.

 

Artisti:

Georges Adéagbo, John Akomfrah, Joël Andrianomearisoa, El Anatsui, Kader Attia, Sammy Baloji, Fréderic Brouly Bouabré, Seni Awa Camara, Nidhal Chamekh, Samuel Fosso, Peter Friedl, Meschac Gaba, Kendell Geers, Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, John Goba, Nicholas Hlobo, Bodys

Isek Kingelez, Rashid Johnson, Seydou Keïta, William Kentdrige, Abdoulaye Konaté, Moshekwa Langa, Gonçalo Mabunda, Ibrahim Mahama, Wangechi Mutu, Maurice Pefura, Cameron Platter, Robin Rhode, Chéri Samba, Yinka Shonibare, Malick Sidibé, Pascale Marthine Tayou, Guy Tillim, Cyprien Tokoudagba, Ouattara Watts, Lynette Yiadom-Boakye e altri.

 

Collezioni:

AGI Verona Collection, Collezione Ettore Alloggia, Collezione Bianca Attolico, Collezione Lino Baldini, Collezione Giorgio Bassi, Collezione Denise e Beppe Berna, Collezione Bifulco, Collezione Pierangelo Bonomi, Collezione Vittorio e Anna Carini, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Collezione Consolandi, Collezione Erminia Di Biase, Collezione Nunzia e Vittorio Gaddi, Collezione Laura e Luigi Giordano, Collezione Giuseppe Iannaccone, Collezione Christoph Jenny, Collezione La Gaia, Fondazione Ligabue, Collezione Guglielmo Lisanti, Collezione Emilio e Luisa Marinoni, Collezione Angelo Miccoli, Collezione Ettore Molinario, Collezione Germano Montanari, Nomas Foundation, Collezione Pierluigi Peroni, Collezione Elio ed Onda Revera, Collezione E. Righi, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Collezione Andrea Sandoli, Collezione Gian Luca Sghedoni, Collezione Vincenzo Taranto, Collezione Gemma Testa, Collezione Leonardo Vigorelli, e altre.

 

La mostra Il Cacciatore Bianco/The White Hunter aderisce all’iniziativa Milano Art Week, un programma di eventi, inaugurazioni e aperture straordinarie nei musei e nelle istituzioni pubbliche e private milanesi in occasione di miart – Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea Milano.

La mostra è patrocinata dal Comune di Milano.

Gli sponsor tecnici dell’evento sono Untitled Association e Birra Menabrea Spa.

FM Centro per l’Arte Contemporanea di Milano è un nuovo spazio espositivo dedicato all’arte e al collezionismo in grado di rispondere alle nuove modalità di presentazione della Collezione e delle differenti forme della creazione contemporanea. La sua vocazione è quella di una struttura che raccoglie in un unico contesto tutti i soggetti e le funzioni connesse alla valorizzazione dell’arte, alla sua esposizione e conservazione. Quale spazio espositivo, deposito, istituto di ricerca e centro di restauro, attivando un programma culturale ed educativo innovativo, FM ospita collezioni private e archivi d’artista.

Situato all’interno dello storico complesso industriale dei Frigoriferi Milanesi, FM Centro per l’Arte Contemporanea, sotto la direzione artistica di Marco Scotini, è presieduto da un board internazionale di esperti tra cui Vasif Kortun (Director of Research and Program, SALT, Istanbul), Grazia Quaroni (Senior Curator / Head of Collections, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris) e Charles Esche (Director, Van Abbemuseum, Eindhoven), Hou Hanru (direttore artistico, MAXXI, Roma) e Enea Righi (collezionista). FM è un nuovo spazio per l’arte contemporanea, capace di sviluppare nuovi modelli espositivi e museali con un approccio sperimentale alle forme di produzione artistica contemporanea e alla valorizzazione della Collezione in tutti i suoi aspetti funzionali e culturali.

Il progetto FM Centro per l’Arte Contemporanea è sostenuto da Open Care – Servizi per l’Arte (Gruppo Bastogi).

 

Il Cacciatore Bianco / The White Hunter. Memorie e rappresentazioni africane, a cura di Marco Scotini

31.03.2017 – 03.06.2017

Opening: giovedì 30.03.2017, ore 20.00-23.30

Aperture straordinarie durante miart:

venerdì 31.03.2017: 14.00 – 21.00 – sabato 01.04.2017 e domenica 02.04.2017: 11 – 19.30

Successivamente la mostra sarà aperta fino al 3.06.2017, dal mercoledì al sabato, dalle 14.00 alle 19.30.

FM Centro per l’Arte Contemporanea – via Piranesi 10, Milano

tel. 02 73981 – www.fmcca.it

Ufficio stampa:

Franca Reginato – e-mail: press@fmcca.it – tel. 02 73983231 / 335 7766010

Luca Maria Patella | autoEncyclopédie | a cura di Marco Scotini | 30 marzo ore 18.30 | Laura Bulian Gallery, Milano

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 30/03/2017

La galleria Laura Bulian è lieta di annunciare l’apertura della mostra autoEncyclopédie di Luca Maria Patella che, dopo più di trenta anni, ritorna a Milano con un’ampia personale. In continuità ideale con la precedente collettiva La quarta prosa (2015), la mostra di Patella è dedicata alla parola visiva e alla scrittura lungo l’intero percorso della sua attività, dagli anni Sessanta ad oggi. autoEncyclopédie è una mostra che, fin dal titolo, si annuncia come il primo capitolo di quella che sarà una vera e propria ricognizione, scalata nel tempo, del lavoro artistico di uno dei più interessanti ed elusivi maestri dell’arte italiana concettuale.

 

Nonostante Luca Maria Patella si possa considerare un paladino dell’interdisciplinarietà, uno sperimentatore linguistico instancabile e difficile da classificare, del suo multiforme lavoro è stato privilegiato soprattutto il carattere innovatore e spregiudicato rispetto al medium filmico e a quello fotografico, per cui l’artista può essere giustamente annoverato tra gli anticipatori di molte tendenze successive e attuali. Ed è vero che film come Terra Animata (1965-67) o come SKMP2 (1968), così come i suoi “ambienti proiettivi” sono ormai ritenuti dei caposaldi della ricerca multimediale oltre che grandi acquisizioni artistiche. Eppure il linguaggio verbale (tanto nell’oralità che nella scrittura) è sicuramente la materia prima e plastica dell’intera attività di Patella. Anche se la sua ricerca risulta altrettanto distante dalla tautologia di matrice analitica e strutturale che dal cut up della poesia visiva coeve.

 

La parola e il segno entrano nei differenti layout (grafici, fotografici, filmici, performativi) di Luca Maria Patella, proliferando e disseminandosi all’interno e all’esterno dei formati, sotto forma di calembours, di giochi linguistici, di terreni magici che si fanno e si disfano incessantemente, che si sgretolano e si ricompongono a velocità diverse, a differenti focalizzazioni dello sguardo. Le parole si disgregano ciascuna in una molteplicità di sillabe che infrangono il piano semantico per ricomporsi a livello fonetico o viceversa. Ma si moltiplicano anche o si rovesciano riflessi negli specchi, si contraggono in schemi ideografici oppure sconfinano e circolano da un medium all’altro. I codici di lettura e i modelli di comunicazione abituali risultano inadeguati e compromessi, così come vengono messi in discussione le posizioni del percepire e dell’agire del soggetto.

 

Attraverso il ricorso alla psicanalisi (da Jung a Lacan) e all’infrasottile di Duchamp, quello che Patella intende minare sono le strutture di individuazione e di identificazione con cui noi catturiamo il mondo, le cose e noi stessi. Lo smontaggio di queste strutture intende aprire al possibile, in favore di una materia sempre mobile, di un flusso che non si fissa mai in stereotipi o convenzioni ma è sempre in atto, in divenire. Per questo, oltre i film, le tele fotografiche e gli ambienti istallativi, c’è tutta una intensa attività editoriale che raggiunge oltre sessanta pubblicazioni monografiche di differente soggetto e formato a partire dal primo esplosivo libro d’artista Io sono qui del 1975 fino a tutta la produzione delle sue Gazzette Ufficiali o Ufficiose.

 

Il titolo della mostra allude tanto al primato della parola in Patella quanto alla sua pretesa ironica di fondare un altro sistema completo di cognizioni, inteso ad abbracciare l’intero ambito della conoscenza, dall’arte alla scienza, a partire dalla propria autoanalisi psicanalitica. autoEncyclopédie intende proporsi dunque come una sorta di antologica dell’opera di Patella attraverso, in questa prima fase, la scrittura. Oltre ad essere un omaggio all’altro suo grande maestro, il proto-psicanalista Denis Diderot, al quale aveva dedicato un libro uscito nell’84, Jacques Le Fataliste come Autoencyclopédie, che sarà ripubblicato in occasione delle mostra milanese da Archive Books e Laura Bulian Editions.

“Non appartengo a nessuno – recita il testo di Diderot – e appartengo a tutti. C’eravate prima d’entrarvi e ci sarete quando ne sarete usciti”. E questo, per Patella, non è che l’inconscio.

 

Luca Maria Patella was born in 1934 in Rome, Italy. He lives and works in Rome, Italy.

Selected shows since 2006

2017  Luca Maria Patella. autoEncyclopédie: La scrittura, curated by Marco Scotini, Laura Bulian Gallery, Milan, Italy (solo show)

2016   Versus – La Sfida Dell’artista Al Suo Modello In Un Secolo Di Fotografia E Disegno, Galleria Civica di Modena, Modena, Italy; Luca Maria Patella – Ambienti proiettivi animati, 1964-1984, MACRO Museo d´Arte Contemporanea Roma, Rome, Italy (solo show); Segni, Alfabeti, Scritture. Percorsi Nell’arte Contemporanea Attraverso La Collezione Macro, MACRO Museo d´Arte Contemporanea Roma, Rome, Italy

2015  Egosuperegoalterego. Volto E Corpo Contemporaneo Dell’Arte, MACRO Museo d´Arte Contemporanea Roma, Rome, Italy

2014  Scenario di terra, MART- Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto, Italy; II paesaggio italiano. Fotografie 1950 – 2010, Museo di Roma in Trastevere, Rome, Italy

2013  Anni ’70. Arte a Roma, Palazzo delle Esposizioni, Rome, Italy; Project Room. Fotografia dalle collezioni, Centro de Arte Moderna e Contemporanea della Spezia (CAMeC), La Spezia, Italy; Duchamp re-made in Italy, GNAM, Rome, Italy

2012  Ritratto di una città. Arte a Roma 1960 – 2001, MACRO Museo d´Arte Contemporanea Roma, Rome, Italy; Libri d’artista e altri racconti, GAM – Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate, Gallarate, Italy

Forte Piano: Le forme del suono Prima parte, Auditorium Parco della Musica, Rome, Italy; Ends of the Earth, Land Art to 1974, MOCA, Los Angeles, USA

2011 Lvi Mostra Nazionale Premio Città Di Termoli 2011, Galleria Civica D’arte Contemporanea, Termoli, Campobasso, Italy; Italian Landscape In Photography Of The 1950’s–2000’s – Stroganov Palace, Saint Petersburg, Russia

2010  Luca Maria Patella. Proiezioni e visioni cosmiche 1965/1969, Galleria Nazionale d’Arte Moderna (GNAM), Rome, Italy (solo show); Ergo, materia. Arte povera, Museo Universitario de Arte Contemporáneo (MUAC), Messico City, Messico

2009 Italics: Italian Art between Tradition and Revolution 1968–2008, Museum of Contemporary Art Chicago (MCA), Chicago, USA; Art of Live – for 5 000 €, La Triennale di Milano. Design Museum, Milan, Italy

2008  Italics. Arte Italiana fra Tradizione e Rivoluzione, 1968-2008, Palazzo Grassi – Francois Pinault Foundation, Venice, Italy

2007  CAPRIBATTERIE la quarta, arteversum, Düsseldorf, Germany

2006  Italy made in art – Now, MOCA Shanghai, Shanghai, China

 

 

Title    Luca Maria Patella. autoEncyclopédie: La scrittura

Artist   Luca Maria Patella

Curated by Marco Scotini

Opening    30th March 2017, at 18.30

Until        23.06.2017

Venue    Laura Bulian Gallery, via Piranesi 10, 20137 Milano

Time   from Monday to Friday: 15.00 — 19.00.

Morning and Saturday upon appointment

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LAURA BULIAN GALLERY

via G.B. Piranesi, 10

20137 Milano

Tel. + 39 02 738 44 42

www.laurabuliangallery.com

info@laurabuliangallery.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Regina José Galindo, Piero Gilardi | Il Teatro Subalterno | a cura di Marco Scotini | 29 marzo ore 19.00 | Prometeogallery di Ida Pisani, Milano

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 29/03/2017

Regina José Galindo, Piero Gilardi

Il Teatro Subalterno

a cura di Marco Scotini

 

Opening: 29 marzo 2017 ore 19.00
Dal 30 marzo al 19 maggio 2017

Prometeogallery è lieta di annunciare l’apertura della sua nuova sede con la mostra Il Teatro Subalterno, che vede due eminenti artisti di differente generazione, come Regina José Galindo e Piero Gilardi, condividere per la prima volta lo stesso spazio. Non si tratta di una doppia personale ma di una mostra fatta di accostamenti, parallelismi, contaminazioni, dove due figure chiave del rapporto arte-politica si incontrano in uno spazio fisico e metaforico, allo stesso tempo.

 

Questo luogo metaforico è la geografia sociale dell’America Latina, da sempre lo sfondo privilegiato delle performance di Regina José Galindo e, nel 1982, il campo temporaneo di un’animazione teatrale di Piero Gilardi nel contesto compromesso del barrio San Judas di Managua, al tempo della vittoria sandinista. La forma d’intervento estetico che caratterizza i due artisti è, di fatto, la performatività e il teatro urbano come strategia di rivendicazione sociale, pur nelle differenti modalità di ciascuno. Da qui deriva il titolo della mostra, Il Teatro Subalterno, a cura di Marco Scotini, che intende ricollocare queste esperienze nel rapporto tra dominio e sfruttamento.

 

Della lunga e complessa attività di Piero Gilardi si presentano le esperienze a sfondo antropologico che l’artista tiene all’inizio degli anni ’80 in una geografia periferica e decentrata del mondo che va dalle popolazioni San Judas di Managua, alla riserva indiana di Akwesasne in Nord America, alla tribù Barsaloi Samburu in Kenya. Per l’artista italiano si tratta allora di verificare, nel contesto di culture “altre”, le esigenze di creatività collettiva maturate all’interno della controcultura degli anni ’70. I suoi costumi di carattere politico in poliuretano espanso, assieme ai suoi celeberrimi Tappeti-Natura (presenti anche in mostra), sono l’espressione non solo di un’arte corale e fruibile ma anche della volontà di dar voce a ciò che tanto nella natura e nella società è espropriato e sottomesso.

 

Il teatro solitario di Regina José Galindo preferisce, invece, mettere in scena una denuncia individuale e una stoica resistenza alle forme di violenza e sopruso che caratterizzano la realtà contemporanea in America Latina. Ma lo fa sempre, però, in contesti pubblici o in spazi agricoli e naturali dove più evidente risulta il vincolo che lega gli effetti di potere sul corpo alle strategie di subordinazione dello spazio. Incancellabili le strategie militari di terra bruciata compiute dall’esercito di Efraín Ríos Montt sui corpi delle donne, sulle comunità indigene, sulle varietà vegetali, sulle forme di produzione così come le espropriazioni attuali perpetrate dal carattere estrattivo del neolocolonialismo multinazionale. Dal progetto El dolor en un pañuelo (1999) a La Verdad (2013), da Paisaje (2012) a Tierra (2013) la mostra cercherà di presentare il percorso storico dell’artista guatemalteca, attraverso alcuni episodi fondamentali dove la richiesta di giustizia non smette di urlare.

 

Prometeogallery di Ida Pisani

Via G. Ventura, 6 – Milano

La Macchina Estrattiva – Neo-colonialismi e risorse ambientali | a cura di Marco Scotini | 25 marzo ore 18.00 | PAV, Torini

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 22/03/2017

 

 

La Macchina Estrattiva

Neo-colonialismi e risorse ambientali

a cura di Marco Scotini

26 marzo – 4 giugno 2017

 

Sabato 25 marzo alle ore 18.00 inaugura La Macchina Estrattiva, curata da Marco Scotini, nuova mostra con cui il PAV prosegue la propria indagine sul rapporto antagonista tra attivismo ambientale e politiche neoliberiste su scala globale. Facendo seguito a Vegetation as a political agent (PAV 2014) la mostra vuole essere un’indagine ulteriore sulle forme del colonialismo (sia storico che contemporaneo) con cui l’occidente continua ad incidere sui destini del mondo, delle culture e della natura, in maniera ormai irreversibile.

 

Una tesi condivisa da più teorici (da David Harvey a Saskia Sassen) è quella che vede il sistema finanziario attuale come la seconda fase del capitalismo: definita come “fase estrattiva”. Non più legato esclusivamente alla produttività modernista, ai consumi di massa e alla circolazione delle merci, il nuovo capitalismo si presenta piuttosto come un gigantesco meccanismo di estrazione di valore dall’uomo e dalla natura con una progressiva inclusione di tutte le possibili risorse, che non lascia al suo esterno nessun ambito della vita individuale né dell’ambiente naturale.

 

Alla nascita di una nuova élite predatrice e corporate fanno da contraltare l’espulsione di migliaia di persone dai loro territori, la crescita di nuove povertà e la massiccia espropriazione dei suoli, delle acque e di tutti gli altri beni comuni, nonché l’espansione sempre maggiore del settore minerario. Il capitalismo estrattivo o l’accumulazione per spoliazione (accumulation by dispossession) secondo Harvey, a dispetto dell’imminente esaurimento dei combustibili fossili, continua a devastare immense aree del pianeta, perpetrando uno scempio programmato nei confronti della natura, replicando pratiche di sfruttamento che ripropongono un nuovo colonialismo, agendo a discapito della dignità e dei diritti delle popolazioni indigene del Nord e del Sud del mondo.
Il modo in cui queste problematiche possono essere affrontate a partire da principi ecologici e non antropocentrici, costituisce il centro teorico di La Macchina Estrattiva, Neo-colonialismi e risorse ambientali. Le opere dei cinque artisti in mostra sono animate da uno spirito attivista e  transdisciplinare, volto all’esplorazione dell’ambito ecologico, a partire da diverse prospettive d’osservazione di fenomeni come l’inquinamento, la desertificazione, il cambiamento climatico, la privatizzazione delle colture agricole o l’ineguale redistribuzione dei costi e dei vantaggi sottesi alle modificazioni ambientali oggi in atto.

La cartografia di attivismo indigeno, stato di diritto e resistenza ambientalista rintracciata da Ursula Biemann (in collaborazione con l’architetto brasiliano Paulo Tavares) nel progressivo processo di distruzione della Foresta Amazzonica; l’accusa alle politiche economiche all’origine del riscaldamento globale e del cambiamento climatico nelle indagini di Oliver Ressler e Piero Gilardi; così come il fenomeno della desertificazione e dei bacini oceanici al centro delle ricerche di Peter Fend o  le manipolazioni genetiche e le culture intensive come estensione del progetto colonialista storico in Pedro Neves Marques, intendono proporsi come sostegno artistico, nella lotta contro le imprese multinazionali predatrici, ai nuovi difensori della terra.

 

La mostra è realizzata con il sostegno della Compagnia di San Paolo, della Fondazione CRT e della Regione Piemonte.
All’interno delle iniziative previste per l’approfondimento della mostra La Macchina Estrattiva le Attività Educative e Formative del PAV propongono Gesto d’equilibrio, laboratorio sullo svelamento dello stato di salute del nostro habitat. È possibile trattare, in modo critico ed estetico, il tema del cambiamento climatico e della qualità dell’aria, nostro bene comune primario? Il rilevamento quotidiano dei dati atmosferici monitorati dalle postazioni meteo può seguire la continua trasformazione dello stato ambientale, influenzato da comportamenti orientati più alla produzione che alla qualità della vita. A partire da queste informazioni, il laboratorio solleva una riflessione sull’aria che respiriamo, proponendo una rielaborazione di immagini evocative e brani letterari, col fine di rendere manifeste le diverse interpretazioni del mutevole equilibrio che contraddistingue il nostro delicato ecosistema.

 

Per partecipare alle attività è necessario prenotare: 011 3182235 – lab@parcoartevivente.it

 

Continua e-Contest, progetto di mediazione interattiva che durante la visita della mostra raccoglie i pensieri del pubblico per registrarne impressioni e considerazioni in una dimensione fluida e dialogante che permetterà la catalogazione dei più ampi e inediti contenuti. Il risultato del progetto in progress è fruibile all’interno del museo attraverso l’utilizzo del sistema QRcode e online alla pagina www.parcoartevivente.it/e-contest

 

 

Bio degli artisti in mostra

 

Ursula Biemann (1955) è un’artista, scrittrice e videomaker svizzera. La sua pratica è fortemente orientata alla ricerca, svolta per lo più in località remote, nelle quali investiga le questioni relative al cambiamento climatico e alle ecologie del petrolio e dell’acqua. Le sue opere sono state esposte nell’ambito di mostre personali alla Neuer Berliner Kunstverein n.b.k., Bildmuseet Umea, Svezia, Nikolaj Contemporary Art a Copenhagen, Helmhaus Zurigo, Lentos Museum Linz, e ai film festivals FID Marsiglia e TEK Roma. Il suo lavoro è stato parte di grandi mostre ad Arnolfini Bristol; Tapies Foundation Barcelona; Museum of Fine Arts Berna; LACE, Los Angeles, KIASMA Helsinki, San Francisco Art Institute; Jeu de Paume, Parigi, Steirischer Herbst, Graz, Kunstverein Amburgo e molti altri; inoltre ha partecipato alle Biennali di San Paolo, Gwangju, Shanghai, Liverpool, Bamako, Istanbul, Montreal, Venezia, Salonicco e Siviglia.
Peter Fend (1950) vive e lavora a New York. Nel corso della sua carriera di artista, si è sempre focalizzato sulla questione dello sviluppo economico su scala globale, con un’attenzione particolare alla questione ecologica. Nel 1980 è tra i fondatori dell’Ocean Earth Development Corporation, che svolge attività di ricerca, sviluppo e promozione di fonti di energia alternative.
Di recente i suoi lavori sono stati esposti in in diversi contesti internazionali, tra cui la Galerie Barbara Weiss, Berlino; Oracle, Berlino; ZKM Karlsruhe, Germania; mumok (MUseum MOderner Kunst), Vienna; Musées Royaux des Beaux-Arts Belgique, Bruxelles (2015); Essex Street, NY (2014). Ha inoltre partecipato a diverse edizioni della Biennale di Venezia,  oltre alla Biennale di San Paolo e alla Dojima River Biennale, Osaka e a alle edizioni VIII e IX di Documenta, Kassel.

 

Piero Gilardi (1942) vive e lavora a Torino. Artista e teorico, nel1969 comincia una lunga esperienza transculturale diretta all’analisi teorica e alla pratica della congiunzione Arte-Vita. Come militante politico e animatore della cultura giovanile conduce svariate esperienze di creatività collettiva nelle periferie urbane: Nicaragua, Riserve Indiane negli USA e Africa. A partire dagli anni Sessanta, attraverso i Tappeti natura, sua cifra stilistica, l’artista propone una personale rielaborazione del concetto di natura che si confronta con la storia, il presente in divenire, lo spazio e il tempo in progress della vita. E’ ideatore e fondatore del PAV Parco Arte Vivente nel quale si fondono le sue esperienze relative al mutamento della natura e dell’arte in senso relazionale. Tra le personali più recenti si segnala Piero Gilardi. Effetti collaborativi 1963 – 1985, Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea, Torino, Van Abbemuseum, Eindhoven, Nottingham Contemporary, Nottingham, 2012-2013

 

Pedro Neves Marques (1984) è  un artista e scrittore che lavora tra Lisbona, Londra e San Paolo. Il suo lavoro si spinge l’oltre i confini della riflessione ambientalista, focalizzandosi sull’influenza che l’ecologia ha sull’uso della tecnologia, le dinamiche governative e le lotte politiche. I suoi lavori sono stati esposti nell’ambito di mostre personali e collettive tenutesi in contesti internazionali quali Galleria Umberto Di Marino, Napoli; Oregaard Museum, Hellerup, Danimarca, Fundacíon Botín, Santander, Spagna, (2017); Galerie Martin Janda, Vienna; Sursock Museum, Beirut  (2016) e-flux, New York, USA (2013). Ha inoltre partecipato alla Contour8 Bienniale, Mechelen, Belgio (2017).
Oliver Ressler (1970) è un artista e filmaker austriaco, che vive e lavora a Vienna. Ressler crea installazioni, progetti nello spazio pubblico e film incentrati sull’economia, la democrazia, il riscaldamento globale, le forme di resistenza e le alternative sociali. Tra le sue più recenti mostre personali ricordiamo quelle tenutesi ad ar/ge kunst, Bolzano; Centre of Contemporary Art, Salonicco; National Museum of Contemporary Art, Bucharest; SALT Galata, Istanbul (2016); Lentos Kunstmuseum, Linz (2014); Centre d’Art Contemporain, Ginevra (2013). Ha esposto nell’ambito di importanti mostre collettive in contesti quali  ROM for kunst og arkitektur, Oslo  (2017); Kunst Haus Wien, Vienna; Kunsthalle Bratislava, Bratislava; MOCAK – Museum of Contemporary Art, Krakow ; Centre Pompidou, Parigi (2016). Ha inoltre participato alle Biennali di Samara, Wroclaw, Atene, Marrakech, Venezia, Berna, Gyumri, Lione, Praga, Berlino e Kyoto.

Gianni Pettena | About Non Conscious Architecture | a cura di Marco Scotini | giovedì 12 gennaio ore 19.00 | Galleria Giovanni Bonelli, Milano

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 10/01/2017

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Gianni Pettena

About Non Conscious Architecture

a cura di Marco Scotini

12 gennaio – 24 febbraio 2017

inaugurazione giovedì 12 gennaio ore 19.00

 

 

La galleria Giovanni Bonelli è lieta di presentare, per la prima volta nei propri spazi, un’ampia antologica dei lavori dell’artista Gianni Pettena, che si concentrerà sull’attività svolta tra il ’68 e la fine degli Anni’70: il decennio cruciale della sperimentazione artistica e sociale in Italia.

 

Se anni fa Emilio Ambasz scriveva che Gianni Pettena è tra quei protagonisti dell’Architettura Radicale che non hanno ancora avuto il giusto riconoscimento, è vero che proprio adesso si assiste ad un’unanime riscoperta internazionale e a un’attenzione del tutto nuova della figura dell’artista che, per anni, è stata  subordinata a quella del critico e dell’interprete dell’Architettura Radicale.

 

Proprio per questo la figura e la multiforme attività di Pettena appaiono oggi totalmente inedite e tali da raccogliere in sé tematiche decisive per la contemporaneità, come il rifiuto del lavoro disciplinare, il sabotaggio, l’appropriazione, la performatività dell’urbano e la riscoperta del carattere fisico dei luoghi e del paesaggio naturale. Da qui deriva il titolo della mostra che è tratto da un articolo fondamentale di Pettena uscito sulla rivista “Casabella” nel 1974, risultato dei suoi ripetuti viaggi nel Sud Ovest degli Stati Uniti: dal deserto dello Utah alla Monument Valley.

 

L’anno prima, il 1973, era uscito anche il suo libro, ormai leggendario, “L’Anarchitetto” in cui molte sono le affinità con la pratica artistica che, in perfetta sincronia, stava sviluppando Gordon Matta-Clark ma con cui molte sono pure le differenze. Tuttavia in entrambi alla base c’è l’idea di non costruire ma di operare nel già costruito, lasciandone emergere lo spazio inconscio o inconsapevole che  normalmente viene rimosso – così come l’idea dell’architettura e dello spazio quale evento, come performance permanente, che vede il rapporto di Matta-Clark con Trisha Brown e di Pettena con Giuseppe Chiari.

 

Per questo motivo Marco Scotini ha scelto di presentare un’ampia selezione di lavori risalenti alla fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, non per sottrarre l’autore alla sua opera successiva di grande valore ma nella convinzione che risale proprio a questo periodo, dell’attività di Pettena, uno dei raggiungimenti cruciali del fare arte ancora tutto da scoprire e da praticare. Nel percorso espositivo saranno presentati molti materiali editi ed inediti realizzati da Pettena con differenti media.

Per l’occasione sarà riallestita al centro della galleria la grande scritta Carabinieri (creata per la prima volta nel 1968) che è uno degli esempi più importanti di intervento spaziale semiotico di quegli anni, in cui è il linguaggio stesso a rivelare il carattere (di cattura e controllo) del contesto, mettendo in evidenza la natura etico-estetica della ricerca radicale di Gianni Pettena.

 

 

 

Gianni Pettena (Bolzano, 1940. Vive e lavora a Firenze).

Gianni Pettena è tra i fondatori,  alla fine degli anni ’60 a Firenze, del movimento “architettura radicale” insieme a Superstudio, Archizoom, UFO. Nel 1972 realizza la sua prima mostra personale alla John Weber Gallery a New York. Negli anni successivi si dedica sia all’attività di artista che a quella accademica, spesso indagando le connessioni tra le proposte delle generazioni più giovani e il retaggio della sperimentazione iniziata negli anni ‘60.

Le opere di Gianni Pettena, in particolare i lavori del cosiddetto periodo ‘americano’ (1972) e i molti disegni la cui visionarietà si è poi spesso tradotta in profetica realtà, assumono un valore tanto per la loro specificità e unicità all’interno della sperimentazione radicale degli anni Sessanta e Settanta quanto per i loro influssi sul mondo dell’architettura, del design e dell’arte contemporanea successivi. Il suo lavoro è stato presentato in musei e istituzioni come: il Centre Pompidou di Parigi (1978), la Biennale di Venezia (1996), il Mori Museum di Tokyo (2004), il Barbican Center di Londra (2006), il PAC di Milano (2010), e il Museion di Bolzano (2008 e 2014).

 

 

 

Galleria Giovanni Bonelli

 

info@galleriagiovannibonelli.it       www.galleriagiovannibonelli.it

Morte non accidentale di un ferroviere anarchico – un’opera per Giuseppe Pinelli | giovedì 15 dicembre, ore 18.00 aula G0.4

Posted in docenti, Events, Exhibition, Screening by NABA Painting and Visual Arts on 14/12/2016

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Collecting Eastern-European Art | mercoledì 9 novembre 2016, ore 19 | FM Centro per l’Arte Contemporanea

Posted in docenti, Events by NABA Painting and Visual Arts on 08/11/2016

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Nell’ambito della mostra “Modernità non allineata. Arte e archivi dall’Est Europa dalla Collezione Marinko Sudac” si tiene mercoledì 9 novembre presso FM Centro per l’Arte Contemporanea un incontro sul collezionismo dell’arte dell’Europa orientale per raccontare la riscoperta di movimenti e artisti ancora sottovalutati e fare luce sullo sviluppo del mercato dell’arte di questi paesi.

Intervengono:

Solène Guillier, direttrice GB Agency, Parigi
Lorenzo Paini
, collezionista e co-curatore della mostra Non-Aligned Modernity
Rainald Schumacher, curatore collezione Deutsche Telekom
Marco Scotini
, direttore artistico FM Centro per l’Arte Contemporanea
Modera Antonella Crippa, Art Advisor, Open Care.


Collecting Eastern-European Art

mercoledì 9 novembre 2016, ore 19
FM Centro per l’Arte Contemporanea
via Piranesi 10 – Milano

La Tenda Verde (Das Grüne Zelt) – Joseph Beuys e il concetto ampliato di ecologia | a cura di Marco Scotini | Venerdì 4 novembre ore 18.00 | PAV, Torino

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 02/11/2016

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La Tenda Verde (Das Grüne Zelt)

Joseph Beuys e il concetto ampliato di ecologia

 

Sabato 5 novembre 2016 –  Domenica 19 marzo 2017

Venerdì 4 novembre alle ore 18.00 inaugura La Tenda Verde (Das Grüne Zelt), a cura di Marco Scotini che si colloca quale terzo capitolo di un’ideale trilogia, concludendo il ciclo di mostre con cui il PAV si è proposto di ricostruire una possibile genealogia del rapporto tra pratiche artistiche e coscienza ecologica negli anni ’70 in Europa.

 

 

Facendo seguito a Earthrise. Visioni pre-ecologiche nell’arte italiana (2015) ed ecologEast. Arte e natura al di là del Muro (2016), questa nuova mostra intende focalizzare la propria attenzione sull’attività di uno dei più noti artisti della seconda metà del secolo scorso come Joseph Beuys, privilegiando il suo rapporto con le istituzioni politiche e la minaccia della crisi ambientale.

La mostra La Tenda Verde (Das Grüne Zelt), che coincide con il trentennale della scomparsa di Beuys (1986), vuole rendere omaggio all’autore della ‘scultura sociale’, proprio nel luogo fondato da Piero Gilardi che già nel 1967 fu il primo a scrivere di Beuys in Italia.

Nonostante la sterminata letteratura critica sull’attività dell’artista tedesco, soltanto in rari casi questa è riuscita a trasformare la matrice romantica e spirituale della parola natura in quella politica del termine ecologia. Tutto questo a dispetto del fatto che la prospettiva di Beuys militasse in quella direzione tanto da condurlo a presiedere alla fondazione del movimento tedesco dei Verdi che, per un breve periodo, lo ha visto candidato al Parlamento.

Ovunque in futuro si dovranno innalzare tende verdi su tutto il pianeta! Dovranno essere le incubatrici di una nuova società” è il noto appello di Beuys che, nel 1980, accompagna la nascita del partito. Proprio un grande tendone di colore verde è, infatti, quello che fa la sua comparsa la mattina del 28 settembre 1980 nella Gustaf-Gründgens-Platz di Düsseldorf, di fronte all’edificio dello Schauspielhaus, opera di Alvar Aalto. La tenda allestita da Beuys assieme ai suoi collaboratori serve come reale e ideale punto di riferimento – di raccolta e di organizzazione – della prima campagna elettorale dei Verdi. Nell’autunno del 1980, di fatto, Beuys è candidato diretto dei Verdi per le elezioni del Bundesstag, assieme a Otto Schily, l’ex-avvocato difensore della RAF e successivo ministro degli interni. Come è noto, questa proposta sarà destinata all’insuccesso come già lo era stata la sua precedente candidatura con i Verdi tedeschi per il Parlamento europeo e per cui Beuys aveva concepito il suo noto poster elettorale L’invincibile (Bei dieser Wahl). Nonostante il ritiro immediato di Beuys dalla scena politica e l’astrattezza costitutiva di certe sue posizioni, una personalità fondamentale come Petra Kelly continuerà a considerare Beuys l’ideologo verde (der grüne Vordenker). E, senza questa esperienza, non sarebbe stata pensabile una delle più grandi azioni della sua ‘plastica sociale’: il progetto del 1982 7000 Querce.

Nella mostra, oltre questo capitolo, saranno presentate tutte quelle operazioni artistiche che, a partire dall’inizio degli anni ’70, hanno visto il progressivo consolidamento della consapevolezza ecologica di Beuys, indissociabile da una concezione della rigenerazione ambientale in senso allargato. L’azione Űberwindet endlich die Parteienddiktatur (Superate una volta per tutte la dittatura dei partiti) contro l’abbattimento di un’area boschiva di Düsseldorf; l’Aktion im Moor (Azione nella palude) contro la distruzione dell’equilibrio idrogeologico in Olanda assieme all’operazione Difesa della Natura e alla Fondazione per la rinascita dell’agricoltura, così come molti altri interventi fino al progetto 7000 Querce, saranno al centro dell’esposizione.

La mostra si avvale della partecipazione con la Collezione Palli, l’Archiv Grünes Gedächtnis, la collezione Giorgio Maffei e altre collezioni private ed è stata realizzata grazie alla collaborazione di Antonio d’Avossa.

All’interno delle iniziative previste per l’approfondimento della mostra Das Grünes Zelt le Attività Educative e Formative del PAV propongono MOVIMENTO TERRA, un laboratorio rivolto alle scuole superiori che trae ispirazione dall’esperienza di Joseph Beuys, un artista che ha saputo tradurre i suoi assunti teorici e politici in una pratica connotata dall’impegno civile in termini ecologici che, pur rivolgendosi a comunità ristrette, ha assunto un respiro universale. L’attività affronta il tema del bene comune, inteso come totalità planetaria da preservare, e sottende una grammatica collettiva che è propria di tutte le specie viventi dove gli individui in movimento producono una continua contaminazione tra locale e globale e dove le geografie e le culture si ridistribuiscono e mutano secondo criteri di adattabilità e incontro. Formalmente, durante l’attività, viene prodotto un elaborato collettivo a partire dall’esperienza materica con la terra e il suo significato simbolico per dar vita a una mappatura fatta di tracce e traiettorie verso nuovi mondi possibili.

Per partecipare alle attività è necessaria la prenotazione:

011 3182235 – lab@parcoartevivente.it

Continua e-Contest, progetto di mediazione interattiva che durante la visita della mostra raccoglie i pensieri del pubblico per registrarne impressioni e considerazioni in una dimensione fluida e dialogante che permetterà la catalogazione dei più ampi e inediti contenuti. Il risultato del progetto in progress è fruibile all’interno del museo attraverso l’utilizzo del sistema QRcode e online alla pagina http://www.parcoartevivente.it/e-contest

 

 

La mostra è realizzata con il sostegno della Compagnia di San Paolo e della Fondazione CRT.

NON-ALIGNED MODERNITY / MODERNITÀ NON ALLINEATA | A cura di Marco Scotini, in collaborazione con Andris Brinkmanis e Lorenzo Paini | 26 ottobre 2016 | FM Centro per l’Arte Contemporanea, Milano

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 24/10/2016

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Milano, 21 luglio 2016, FM Centro per l’Arte Contemporanea, il nuovo polo per l’arte contemporanea e il collezionismo inaugurato lo scorso aprile ai Frigoriferi Milanesi, riapre la stagione espositiva il 26 ottobre con tre nuove mostre e un ciclo di incontri rivolti ai collezionisti.

 

NON-ALIGNED MODERNITY / MODERNITÀ NON ALLINEATA

Eastern-European Art and Archives from the Marinko Sudac Collection /

Arte e Archivi dell’Est Europa dalla Collezione Marinko Sudac

 

A cura di Marco Scotini, in collaborazione con Andris Brinkmanis e Lorenzo Paini

26 ottobre 2016 inaugurazione

27 ottobre – 23 dicembre 2016

 

 

Dopo l’ampia ricognizione de L’Inarchiviabile sull’arte italiana degli anni ’70, il programma espositivo di FM Centro per l’Arte Contemporanea prosegue con un secondo appuntamento ancora rivolto a una realtà meno nota e tutta da scoprire. Nonostante il prestigio internazionale di alcuni suoi rappresentanti abbiamo a che fare con una realtà pressoché sommersa ma che rappresenta un contributo eccezionale alla storia artistica della seconda metà del Novecento.

 

Non-Aligned Modernity non solo si rivolge all’arte dei paesi dell’Est-Europa ma cerca di indagare un capitolo anomalo e nient’affatto marginale di questa stessa storia, non inquadrabile né nell’ideologia del Blocco Sovietico, né nel modello liberista delle democrazie occidentali. Rileggere la scena artistica della ex-Jugoslavia nel tempo della Guerra Fredda, lungo i trent’anni che vanno dall’inizio degli anni ’50 all’inizio degli ’80, significa infatti confrontarsi con una costitutiva e irriducibile differenza culturale. Ciò ci permette di riaprire gli archivi della storia dell’arte, scalfendo e decostruendo la canonizzazione storiografica proposta dalla modernità occidentale, nella sua pretesa di universalismo, neutralità e autonomia estetica.

 

Con Non-Aligned Modernity FM Centro per l’Arte Contemporanea intende proseguire nella propria indagine sulla molteplicità culturale della modernità, ogni volta in relazione a un dato contesto geopolitico in cui questa si è declinata come modernità ‘locale’. In questa occasione lo fa attraverso una rilevante collezione privata sull’arte dell’Europa centrale sotto il Socialismo: la collezione Marinko Sudac, a sua volta anomala e “non allineata” all’idea di collezionismo classico, custodisce al suo interno non solo opere d’arte ma anche archivi e materiale documentale di straordinaria importanza storiografica. Una collezione che – nel corso degli anni – si è posta il compito di rintracciare tendenze artistiche radicali entro una coerente linea di avanguardia nelle aree dell’Europa Centro-Est.

 

 

 

 

 

 

La mostra Non-Aligned Modernity intende rileggere lo spazio culturale e artistico della ex-Jugoslavia come laboratorio complesso e interstiziale, sospeso tra l’Est e l’Ovest ma non completamente assimilabile a nessuno dei due fronti, consentendo di superare la visione dicotomica classica tra un’Europa e l’altra. Con il modello jugoslavo, in sostanza, la differenza non si pone più soltanto tra Est e Ovest ma anche all’interno del cosiddetto Est.

 

Di fatto, fin dall’origine della Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia le idee progressive moderniste vedono il Socialismo come l’espressione radicale e sperimentale di queste stesse tendenze. Per cui all’indomani del ’48, in seguito alla rottura dell’alleanza con l’Unione Sovietica da parte di Tito e il ritiro della Jugoslavia dal Blocco dell’Est, si assiste anche ad un distacco dalle dottrine del realismo socialista. La Jugoslavia è la prima realtà dell’Est a presentare tendenze astrattiste in eventi artistici internazionali e a far guadagnare all’astrazione modernista uno status quasi-ufficiale, tanto attraverso i monumenti della rivoluzione sparsi un po’ ovunque quanto per mezzo dei padiglioni di rappresentanza nazionale. Ne sono esempi i lavori dello scultore Vojin Bakić e del Gruppo EXAT 51. Ma, senza dubbio, è ancora in Jugoslavia che compaiono le prime manifestazioni di arte concettuale dell’Europa Centrale, grazie ad una costellazione di figure “non allineate” e fuori dal sistema ufficiale dell’arte che prende il nome di Gruppo Gorgona e che ha pochi equivalenti tanto ad Est che ad Ovest.

 

Con il passaggio dalla politica dell’autogestione dei lavoratori degli anni ‘50 alle riforme di mercato del ‘65 anche l’Arte Concettuale diventa più critica e si sviluppa oltre che a Zagabria in altri poli culturali come Lubiana, Belgrado e Novi Sad per tutti gli anni Settanta con figure di primaria importanza, a partire dall’esperienza del collettivo d’avanguardia slovena OHO Group. Interventi urbani, contaminazioni grafiche, performance e video sono al centro delle pratiche dei gruppi Group of Six Artists, oltre a Bosch + Bosch, KOD,  Verbumprogram, eccetera.  A cui si aggiunge il rilievo individuale di alcune figure che ormai hanno raggiunto fama internazionale come Sanja Iveković, Marina Abramović, Mladen Stilinović, Goran Trbuljak, Tomislav Gotovac, Vlado Martek, Radomir Damnjanović Damnjan.

 

Se è vero che il fenomeno jugoslavo è per molti versi un caso a sé stante, è altrettanto vero che negli stessi anni ’70 l’arte concettuale ha una grande produzione nei paesi dell’Europa centrale: Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia, con cui gli stessi artisti jugoslavi hanno scambi e contatti, e in cui operano figure internazionali come Július Koller, Dora Maurer, Milan Grygar, Stano Filko, Rudolf Sikora, Jiří Valoch, Józef Robakowski.

 

Nell’intento di restituire questo quadro completo la mostra presenta 100 artisti con oltre 400 opere, alternando cornici concettuali geografiche ad altre di natura temporale, in cui non viene fatta alcuna gerarchizzazione tra opere e materiali d’archivio, in cui si interroga l’elemento documentale come tale. Tutto questo enfatizzando il carattere organico della stessa Collezione Marinko Sudac che viene presentata per la prima volta fuori dai paesi dell’Est Europa attraverso una grande campionatura di materiali: opere pittoriche, scultoree, fotografie, vinili, film, video, opere grafiche, artist’s books.

 

 

Gli artisti

 

Marina Abramović, Milan Adamčiak, Vojin Bakić, László Beke, Jerzy Bereś, Slavko Bogdanović, Bosch + Bosch Group, Eugen Brikcius, Boris Bućan, Dalibor Chatrný, Marijan Ciglić, Attila Csernik, Radomir Damnjanović Damnjan, Drago Dellabernardina, Boris Demur, Braco Dimitrijević, Nuša and Srečo Dragan, Miklós Erdélyi, EXAT 51, Eugel Feller, Stano Filko, Attalai Gábor, Ivo Gattin, Tibor Gáyor, Iztok Geister, Tomislav Gotovac, Gorgona Group, Milan Grygar, Vladimir Gudac, Gulyas Gyula, Károly Halász, Matjaž Hanžek, Miljenko Horvat, Sanja Iveković, Željko Jerman, Marijan Jevšovar, László Kerekes, Miroslav Klivar, Julije Knifer, Milan Knížák, J.H. Kocman, Kod Group, Běla Kolářová, Július Koller, Vladimir Kopicl, Ivan Kožarić, Jarosław Kozłowski, Naško Križnar, Andrzej Lachowicz, Katalin Ladik, László Lakner, Haris Laszlo, Natalia LL, Dimitrije Bašičević Mangelos, Vlado Martek, Slavko Matković, Dora Maurer, Karel Miler, Marijan Molnar, Antun Motika, Pécsi Műhely (Kismányoky Károly, Szijártó Kálmán), David Nez, Koloman Novak, Ladislav Novák, OHO Group, Géza Perneczky, Vladimir Petek, Ivan Picelj, Sándor Pinczehelyi, Marko Pogačnik, Jan Pokorný, Bogdanka Poznanović, Mirko Radojčić, Božidar Rašica, Red Peristyle, Józef Robakowski, Đuro Seder, Rudolf Sikora, Zdzisław Sosnowski, Aleksandar Srnec, Tamás St. Auby, Jan Steklik, Petr Štembera, Mladen Stilinović, Sven Stilinović, László Szalma, Bálint Szombathy, Slobodan Tišma, Raša Todosijević, TOK Group, Endre Tót, Desider Tóth, Goran Trbuljak, Jiří Valoch, Josip Vaništa, Verbumprogram, Peđa Vranešević, Zbigniew Warpechowski.

 

 

La Collezione Marinko Sudac

 

Attraverso la sua attività collezionistica Marinko Sudac, fondatore della piattaforma Museum of the Avant-garde (www.avantgarde-museum.com), si è rivolto all’esplorazione, alla ricerca e alla promozione di quelle pratiche d’avanguardia che dall’inizio del ‘900 fino alla caduta del Muro di Berlino sono state emarginate o rifiutate a causa di circostanze storiche, sociali e politiche. In questo modo la collezione è diventata una risorsa inesauribile per la ricerca e lo studio delle avanguardie europee per esperti, storici dell’arte e artisti da tutto il mondo. Opere della Collezione Marinko Sudac sono andate in prestito a musei quali la Tate Modern di Londra, il Museo d’Arte Moderna di Varsavia, il Museo d’Arte Contemporanea di Zagabria, il Ludwig Múzeum – Museo d’Arte Contemporanea di Budapest, la Haus der Kunst di Monaco di Baviera e il Nottingham Contemporary.

 

Le mostre delle gallerie del Centro

 

Il 26 ottobre aprono all’interno di FM Centro per l’Arte Contemporanea anche altre due mostre: Laura Bulian Gallery inaugura una personale di Ugo La Pietra intitolata I gradi di libertà/The degrees of freedom, con un focus sulle opere create dall’artista negli anni ’70, mentre la Galleria Giorgio Persano – invitata nel temporary space – presenta Michele Zaza. Opere/Works 1970–2016 a cura di Elena Re. Questa importante mostra attraverserà i momenti salienti della ricerca espressiva di Zaza, a partire dagli esordi fino al più attuale contributo.

L’idea curatoriale è infatti quella di sottolineare la centralità dell’artista all’interno di un dibattito che si proietta nel tempo presente.

Oltre a un ampio numero di opere, verrà anche esposta una ricca selezione di documenti provenienti dall’Archivio dell’artista. Tanto che questa personale di Michele Zaza sarà un vero e proprio approfondimento – in linea con l’offerta culturale che la mostra L’Inarchiviabile/The Unarchivable ha messo in moto.

 

 

Altri eventi

 

A ottobre verrà presentato il catalogo della mostra L’Inarchiviabile/The Unarchivable. Italia anni ’70, e partirà un ciclo di incontri tematici esclusivi, riservati ai collezionisti, con approfondimenti su aspetti conservativi, di mercato, legali, e sulla gestione e valorizzazione delle collezioni.

 

 

 

FM Centro per l’Arte Contemporanea è un nuovo polo dedicato all’arte e al collezionismo che raccoglie in un unico contesto tutti i soggetti e le funzioni connesse alla conservazione e alla valorizzazione delle collezioni private e degli archivi d’artista. Situato all’interno dello storico complesso industriale dei Frigoriferi Milanesi, include un’area espositiva dedicata a collezioni italiane e internazionali, uno spazio per gallerie d’arte contemporanea, e una serie di archivi d’artista. Parallelamente, il centro promuove un programma di residenze per artisti e curatori gestito all’associazione FARE, cicli di incontri con i collezionisti e screening program.
La direzione artistica è affidata a Marco Scotini, che è affiancato da un advisory board di esperti internazionali che include Charles Esche (Director, Van Abbemuseum, Eindhoven), Hou Hanru (Direttore Artistico, MAXXI, Roma), Vasif Kortun (Director of Research and Program, SALT, Istanbul), Grazia Quaroni (Senior Curator / Head of Collections, Fondation Cartier pour l’art contemporain, Paris), Enea Righi (collezionista, Bologna).

 

FM Centro per l’Arte contemporanea è promosso da Open Care (Gruppo Bastogi), l’unica società in Italia ad offrire servizi integrati per l’art advisory, la gestione e la conservazione dell’arte.

 

 

FM Centro per l’Arte Contemporanea

via Piranesi, 10 – 20137 Milano

info@fmcca.ithttp://www.fmcca.it

tel. +39 02 73981

 

Contatti stampa:

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