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Nemanja Cvijanovic | IL DOLCE TERRORE | FuriniArteContemporanea, 28 febbraio

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 26/02/2015

Il Dolce Terrore

Nemanja Cvijanovic

IL DOLCE TERRORE

28 feb – 30 apr 2015

A cura di Marco Scotini

FuriniArteContemporanea

ex Chiesa della Madonna del Duomo Vecchio

Via Oberdan 61, Arezzo

 

 

Nemanja Cvijanovic è un abile manipolatore di segni. Agisce, piuttosto, sull’impero della produzione semiotica come un dispositivo di sabotaggio e profanazione. Sa bene che nell’attuale regime di mediatizzazione (o nelle cosiddette industrie creative) il potere identifica il proprio privilegio non più con la proprietà dei mezzi di produzione ma con il controllo dei processi di significazione.

 

Alla caduta del blocco sovietico ha fatto seguito una certa messa al bando della storia: all’impiego di termini semanticamente forti, dopo l’89, non è più corrisposta una presa di posizione politica. Al contrario non si sono instaurate altro che reti di falsificazione che hanno finito per coincidere con la creazione di un mondo, in cui si può affermare una cosa e fare esattamente il suo contrario: dove non c’è più posto per alcuna verifica. L’attuale involuzione autoritaria dei regimi democratici occidentali sta lì a testimoniarlo.

 

Che significato ha allora, per il croato Nemanja Cvijanovic, spingersi fino alle origini della modernità nel secolo scorso e riaccedere, prendendosene gioco, a tutti quei segni che per anni hanno simboleggiato un mondo, identificato culture antagoniste oppure incorporato una promessa? Prendiamo un suo lavoro recente come Il Piedistallo della Patria: come non ricordarlo? Due vere e proprie icone popolari dell’immaginario politico italiano non solo vi comparivano unite assieme come in un dittico, ma addirittura capovolte: da un lato, il noto quadro di Pellizza da Volpedo con il quarto stato sottosopra e dall’altro, la foto di Piazzale Loreto con i gerarchi fascisti sospesi a testa in giù che, nella nuova immagine, appaiono riportati alla loro postura verticale originale e, dunque, restituiti “a nuova vita”.

 

Ora, l’appropriazione dei cartoni in stile secessione di Gustav Klimt per il fregio del Palais Stoclet di Bruxelles è al centro della seconda personale di Cvijanovic presso la Furini Arte Contemporanea. Iniziato durante la sua residenza al MACRO del 2014, il progetto intende essere però un omaggio al centenario dell’attentato di Sarajevo all’erede al trono dell’Impero austro-ungarico perpetrato dal rivoluzionario serbo Gavrilo Princip. I segni si concatenano, i tempi si sovrappongono: l’apocalisse gioiosa austriaca da un lato; dall’altro, la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia: un’immagine inautentica e postuma dell’esplosione di quel primo conflitto mondiale che avrebbe aperto “il secolo breve”.

 

Ciò che passa per la riproduzione fedele dei 9 metri di lunghezza del fastoso fregio klimtiano trova al suo interno figure inappropriate, addirittura rimosse e senza volto, come Gavrilo Princip che con diversi attributi – fez ottomano, costume tradizionale e aquila bicipite in mano – compare nell’atto di sparare all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria e alla Duchessa Sofia. Ma perché

 

questo esemplare della storia dell’arte stile Sezession ritorna ora in versione spettrale, vicaria, alterata? Di quale nuovo conflitto vuole essere presagio? A quale neoimperialismo allude? A chi e che cosa vuol farsi tributo?

 

Di fatto, come un revenant il ritratto di Gavrilo Princip continua a ritornare anche nel resto dell’esposizione: nella carta dei Mozartkugeln, come sostituto del volto di Mozart. Si tratta di un altro campione di cultura mitteleuropea, introdotto nelle forme del consumo popolare alla fine dell’impero absburgico. C’è una sorta di riscatto, tanto tragico quanto ironico, nell’intero lavoro di Nemanja Cvijanovic, e in questo caso in particolare, che lo porta a chiudere la mostra con un neon che recita uno slogan dipinto su un muro della città di Rijeka: “W il Potere Popolare”. La prima parte del testo rimane sempre accesa, mentre un errore nell’intensità del trasformatore farà sì che l’altra parte, rappresentata dalla parola “popolare” rimanga spenta o, a volte, debolmente visibile.

 

Le maschere del passato non cessano di ritornare, anche se in altri contesti storici: quando le minacce politiche in agguato non sono più rimaste le stesse e fortemente mutata è la stessa economia politica del segno. La risposta non può essere più altro che quella di un ‘carnevale’, nell’accezione con cui Bachtin lo leggeva.

The Opening | Sanja Iveković – Franco Vaccari | 20 Febbraio | P420, Bologna

Posted in docenti, Events, Exhibition by NABA Painting and Visual Arts on 11/02/2015

The Opening, Sanja Ivekovic-Franco Vaccari front

The Opening

Sanja Iveković – Franco Vaccari

20 Febbraio – 30 Aprile 2015

Inaugurazione Venerdi 20 Febbraio

-ore 16.30 talk al Mambo fra gli artisti e Marco Scotini

-ore 18 inaugurazione presso la galleria P420

 

Dopo quasi quarant’anni dall’ultima esposizione insieme, Franco Vaccari (Modena, 1936) e Sanja Iveković (Zagabria, 1949) si ritrovano nella mostra The Opening presso la galleria P420 di Bologna.

 

L’inaugurazione – Venerdi 20 Febbraio dalle ore 18,30 alla presenza degli artisti – sarà preceduta alle ore 16,30 da una conferenza al MAMbo (Via Don Minzoni 14) tra Sanja Iveković e Franco Vaccari moderata da Marco Scotini.

 

L’importante lavoro di avanguardia di questi due artisti, entrambi già attivi negli anni Settanta, ha determinato il superamento del concetto di performance e lo sviluppo di una nuova definizione di happening, basata sul dialogo tra artista e pubblico, da questo momento anch’esso attivo, anzi fondamentale, nell’ideazione e nella realizzazione dell’opera. Il ruolo passivo del fruitore viene meno per lasciare spazio ad un totale coinvolgimento che “riattivi i processi della socialità e della relazione”.

Lo stesso Franco Vaccari scrive «L’opera si sviluppa in relazione al modo in cui lo spettatore/partecipante, improvvisamente emancipato dallo status di semplice osservatore, la recepisce e reagisce ad essa, contribuendo a determinarne forma e significato».

 

Lo spazio diventa quello della galleria, il tempo quello dell’inaugurazione della mostra, dell’opening appunto, in cui tutto si risolve, dalla creazione all’esposizione alla fruizione definitiva dell’opera.

 

Franco Vaccari, fin dagli inizi, attua un processo di emancipazione del singolo soggetto rispetto alla totalità. L’artista utilizza la fotografia non solo come elemento indice di una presenza, ma come strumento che permette il riconoscimento e la costruzione del singolo individuo nel tempo dello sviluppo dell’opera. Ed è proprio l’autore, eclissando la propria presenza per un momento, a permettere che essa si compia attraverso la presa di coscienza da parte dell’individuo della propria esistenza in un determinato luogo e in un preciso momento. Le Esposizioni in tempo reale di Vaccari non sono la messa in scena di un copione, in cui lo spettatore viene relegato ad un ruolo passivo, ma di un’azione in divenire la cui maggiore dimensione è, conseguentemente, quella ricettiva. Queste opere “in tempo reale”, ideate e realizzate dall’artista a partire dal 1969, non sono prevedibili e possono essere potenzialmente infinite, caratterizzate dalla continua mutazione delle relazioni.

In mostra Esposizione in tempo reale num.1, Maschere (1969), Esposizione in tempo reale num.5, Spazio privato in spazio pubblico (1973), Esposizione in tempo reale num.6, Il cieco elettronico (1973) e Esposizione in Tempo Reale num.7, Mito Istantaneo (1974).

 

Il coinvolgimento è anche alla base delle opere di Sanja Iveković, artista croata che ha sviluppato a partire dagli anni Settanta una pratica artistica pioneristica volta ad affrontare questioni riguardanti l’identità femminile e le politiche del potere e del consumismo alla base della collettività. Nelle diverse modalità, l’artista coinvolge lo spettatore attraverso varie forme di stimolazione, proponendo uno sviluppo dell’opera ancora una volta non determinabile a priori e che, in un tempo più o meno prolungato, determina una stretta relazione col pubblico il quale è coinvolto ad un livello intimo ed emozionale.

In mostra Inaugurazzione alla Tommaseo (1977) dove ai visitatori era richiesto un vero e proprio contatto fisico con l’artista, Inter nos (1978) in cui la relazione tra artista e spettatore era mediata dalla tecnologia di un dispositivo video, First Belgrade performance (1978) in cui l’artista accorcia le distanze col pubblico fino ad instaurare relazioni spontanee e autosostenentesi e Meeting Points (1978) in cui il significato della stessa azione cambia in funzione della sola presenza del pubblico coinvolto.

 

La mostra è stata realizzata in collaborazione con la galleria Espaivisor di Valencia.

Durante la mostra sarà pubblicato un catalogo a cura di Marco Scotini.

 

Sanja Iveković (Zagabria, 1949) si è formata prersso The Academy of Fine Arts di Zagabria.

Sin dagli anni 70 la sua produzione artistica abbraccia un ampio ventaglio di media come la fotografia, la performance, il video, l’installazione e l’azione in pubblico. Appartiene alla generazione di artisti affermatisi dopo il 1968 nella Repubblica Federale Socialista della Yugoslavia la cui arte post-oggettuale è nota come New Art Practice. Il lavoro della Iveković è caratterizzato da aspetti come l’atteggiamento di critica nei confronti dell’uso delle immagini e dei corpi, l’analisi della costruzione dell’identità nei media e nella politica, la solidarietà, l’attivismo. Nella scena artistica Yugoslava e Croata, è stata la prima esponente femminile ad esprimere una chiara attitudine femminista. Nel 1973 ha cominciato ad utilizzare il video. Il suo lavoro a partire dagli anni 90 affronta il collasso dei regimi socialisti con il conseguente trionfo del capitalismo e delle economie di mercato a discapito delle condizioni di vita, in particolare delle donne. Alla fine degli anni 80 è stata membro e fondatrice di un certo numero di organizzazioni femminili non governative in Croazia come Elektra Women’s Art Centre, The Centre for Women’s Studies e B.a.B.e, il gruppo dei diritti umani delle donne.

Tra le esposizioni più recenti ricordiamo la partecipazione a dOCUMENTA(13), Kassel e alla mostra A Bigger Splash (2013) alla Tate Modern di Londra e la personale Sweet Violence (2011) al MoMA di New York.

 

Franco Vaccari (Modena, 1936) ha ricevuto una formazione scientifica ed è laureato in Fisica. Dopo un debutto artistico come poeta visivo, il tema della traccia e il medium fotografico saranno due costanti sempre presenti in tutto il suo lavoro.

Fin dall’inizio, Vaccari non utilizza la fotografia per produrre immagini mimetiche, analogiche, ma come una prova di presenza, un segno, una traccia fisica dell’esserci. In questo senso, il suo noto progetto per la Biennale di Venezia del 1972, Esposizione in Tempo Reale n.4: Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio è emblematico. Il suo lavoro artistico è tangenziale a diverse aree, ma quella che forse meglio esprime il suo senso è quella del “realismo concettuale”.

Gli viene universalmente riconosciuta l’invenzione del concetto di Esposizione in Tempo Reale, che ha esplorato sin dal 1969 sia a livello teorico che operativo.

Ha sempre accompagnato la sua produzione artistica con altrettante riflessioni teoriche pubblicando, tra gli altri, Duchamp e l’occultamento del lavoro (1978), Fotografia e inconscio tecnologico (1979) e Duchamp messo a nudo. Dai ready made alla finanza creativa (2010).

Ha avuto la sala personale alla Biennale di Venezia nel 1972, nel 1980 e ancora nel 1993.

Nel 2010 ha partecipato alla mostra Strange Comfort presso la Basel Kunsthalle ed è stato invitato a participare alla Biennale di Gwangju in Korea.

Nel 2012 ha partecipato alla mostra Derrière le Rideau – L’Esthétique du photomaton (behind the curtain, the beauty of the photobooth) presso il Musée de L’Elysée, Lausanne.

E’ infine del 2013 la personale al Mostyn Museum e del 2014 la personale Rumori telepatici presso la Fondazione Morra Greco di Napoli.

 

 

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